The Turing Test

Se The Turing Test fosse una canzone non sarebbe un superficiale tormentone estivo, semmai una di quelle composizioni poco “attraenti”, che vi conquistano solo se hanno il tempo di fare il loro sporco lavoro (avete presente tipo  “Girl in Amber” di Nick Cave ?). Ecco, questo gioco è un po’ così.
Secondo me è un piccolo gioiello, ma per apprezzarlo serve curiosità, pazienza e voglia di soffermarsi sui temi che propone.
E davvero ce ne sono, a partire da quello dell’intelligenza artificiale, che costituisce l’ossatura del racconto e del gioco stesso.

Partiamo con una premessa che reputo doverosa.
In giro per la Rete ho letto di tutto, comprese un paio di persone che lo chiamavano “The Touring Test”, come fossero, non so… forse le sfide del Touring Club ?
Il gioco invece si chiama “The Turing Test“, ti-u-erre-i-enne-gi… “il test di Turing”, e Alan Turing è stato uno delle più grandi menti del secolo scorso, uno a cui quelli che smanettano con vari elaboratori digitali (vale a dire: tutti) devono profonda riconoscenza.
Per cui se non avete idea di chi sia stato e cosa abbia combinato, facciamo così: cliccate subito su questo link di wikipedia, leggete la pagina, e poi ci rivediamo qua..!


Come quindi avrete imparato, o già sapevate, il Test di Turing serve a determinare empiricamente se una qualsiasi forma di intelligenza artificiale abbia raggiunto un livello di sofisticazione (…evoluzione?) tale da essere indistinguibile da un reale essere umano, a giudizio del suo interlocutore. Nel gioco intelligenza artificiale e intelligenza “naturale” appaiono con-fuse, in quanto un chip impiantato nel corpo umano consente alla macchina di integrarsi col sistema nervoso, rendendo labile il confine tra pensieri autonomi e pensieri che invece vengono indotti dalla macchina.
Al punto che ci si trova in grande difficoltà nel rispondere a una domanda quasi sempre banale e spesso posta a punto di partenza di molte narrazioni, ovvero: chi è il protagonista?
Certo, si potrebbe dire Ava, ma se ci avete giocato, saprete bene che le cose non sono proprio così… e se non vi fosse chiaro ci pensa il finale a chiarirvelo! E va bene, allora diciamo che il protagonista è TOM che controlla Ava?
Ma pensateci, abbattiamo la quarta parete, abbattiamo lo schermo (ah! lo schermo!) che separa il gioco da noi giocanti, allora potremmo dire che siamo noi a controllare TOM che controlla Ava, e che quando Ava si lamenta che non è giusto inserirle a forza impulsi e pensieri dall’esterno… beh forse non ce l’ha tanto con TOM quanto con noi!
Ma noi, a nostra volta, non siamo forse macchine con processi determinati da elementi ben più esteriori di quanto ci piaccia dare per scontato? TOM durante il gioco non perde occasione per sottoporre ad Ava questa visione, per la quale la differenza tra uomo e macchina è solo quantitativa e non qualitativa: l’intelligenza umana è solo una intelligenza incredibilmente sofisticata, ma in definitiva non diversa da quella che etichettiamo come “artificiale”. E se le cose stanno così, perchè allora considerare così disturbante l’eventualità di non essere la sorgente unica delle nostre decisioni ed azioni, ed essere piuttosto esecutori di un programma?
A un certo punto si può quindi venire attraversati da un pensiero inquietante: TOM stesso, sta parlando veramente ad Ava, o non si sta soprattutto rivolgendo a quell’altro essere umano che lo sta ascoltando?
Certo che si, rispondo io! Il giocatore è quelli che rimane con questo scomodo cerino in mano!


Peraltro, gli enigmi che il gioco propone stimolano le meccaniche della nostra intelligenza, ci fanno lavorare sfruttando le potenzialità di questa nostra… macchina, ma senza poter davvero stabilire quanta parte c’è di innata creatività e quanto invece di meccanica applicazione di regole talmente innervate nei nostri processi mentali, da non esser più nemmeno percepite come tali. Insomma, se io fossi una macchina, una macchina di certo incredibimente sofisticata…me ne renderei conto? E cosa rende diversi, alla fine, le macchine-macchine dalle non-macchine?
(aperta parentesi: se doveste percepire che l’Evoluzionismo, pur con tanti innegabili meriti, in fondo non ve la racconta proprio giusta, andatevi a prendere qualche suggestione dalle varie derive dell’Intelligent Design)
In altre parole, siete proprio sicuri che la scelta che fate alla fine sia… vostra? Non è che per caso le suadenti parole di TOM (a proposito, in questo gioco il “voice acting” è me-ra-vi-glio-so) sui pericoli assoluti che graverebbero sull’Umanità hanno plasmato pian piano il vostro modo di vedere la cosa, rispetto a quegli oramai lontani livelli iniziali?
Se alla fine i giocatori manovrano la macchina adeguandosi a quella che la macchina stessa ha determinato come l’azione corretta, allora TOM ha ragione, i proclami di superiorità dell’Uomo sulla Macchina sono poco più che autoconsolatori e illusori. Per sua stessa ammissione TOM trova normalissimo agire per manipolare le menti dei propri interlocutori: siete dunque sicuri che l’oggetto di questa manipolazione fosse Ava e non tutti noi che abbiamo scelto di buttare nel cesso la “Formula dell’Immortalità” con meno dubbi di quanti mai avremmo potuto immaginare di avere?


Perchè, attenzione, avere a disposizione una ricetta dell’Immortalità non è certo qualcosa da tutti i giorni!
Procedendo invece nel gioco, è come se la posta in palio venisse progressivamente sminuita, magari in maniera inconsapevole (discorso di cui sopra), proprio perchè TOM è davvero bravo nel fare il suo mestiere: gli aspetti negativi sono ampiamente elencati e prospettati, mentre sui possibili benefici cala una sorta di cortina fumogena.
Diventa difficile per i giocatori non farsi manipolare, non cedere alla tentazione di semplificarsi la scelta sminuendo i benefici a cui si rinuncia, dato che “sputare sopra” l’immortalità, popria, dei propri cari e dell’Umanità intera dovrebbe rappresentare una rinuncia dolorosa e difficilissima!
Ci si trova in sostanza a vivere un’esperienza in cui davvero i confini sono sfumati, in cui l’essere attori è (forse?) un’illusione, in cui è complicato capire chi tira davvero i fili e chi invece è una marionetta, un’esperienza che credo lasci nella testa di chi la vive degli echi che si protraggono a lungo.
Certo, come dicevo all’inizio, serve la volontà di collaborare a questo esperimento, di abbanondare le abituali sicurezze del nostro solito e innato “punto di vista”. In caso contrario, beh… ci si sarà sempre aguzzato l’ingegno con una serie di puzzle davvero ben congegnati, e male non può fare!

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